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Sul vulcano la Borgogna d'Italia
Il Pinot francese e il nerello etneo, virtigni autoctoni che caratterizzano territori simili. Il professore Attilio Scienza: "Anche la Sicilia dovrebbe puntare sul binomio vino e turismo"

 “In nessun luogo d’Italia, in ogni vino, si riconosce l’uomo, come in Sicilia”. E in nessun luogo della Sicilia, in ogni uomo, si riconosce il suo vino doc come sull’Etna. Succede da un lustro, o poco meno. E pensare che per un secolo il mondo ha bevuto, prodotti da queste comunità etnee, vini di premier classé dell’Etna ma senza saperlo. Grazie a quei mosti, rimasti anonimi e nascosti, che per  tutto quel tempo hanno arricchito i vini del Piemonte di Bordeaux e della Borgogna. C’è voluto un secolo, ma ora il mondo lo sa. Tant’è che l’Etna è stata battezzata “la Borgogna d’Italia”. E’ solo uno slogan, e va preso come un positivo  presagio, un simbolo che celebri qualità  e identità del vino etneo. Un successo  circoscritto e forgiato di recente nonostante la viticoltura etnea sia una delle più antiche del mondo, ma lungi dal mostrarsi  effimero. Perché solo adesso? Cosa è cambiato? La risposta più naturale, l’uomo. Ma al di là della sua sapienza artigianale e della sua mutazione tecnologica, coniugatesi da recente, si riscontra che anche una seconda risposta soffia nel tempo che questi nettari impiegano per arricchirsi, riposando in bottiglia, di tutti gli elementi geologici dispensati dal vulcano. Come quelli della Borgogna. Lì sulla Cote d’or, uno slittamento della crosta terrestre, creò una sorta di “compendio di bonsai geologico”. Conglobando calcio, argilla friabile e calcare conchiglifero originato dalla sedimentazione delle ostriche per fondersi verso valle, a calce dura costituita da piccoli organismi marini. E’ da queste alchimie sotterrane che il Pinot nero di Borgogna riesce a sviluppare tutta la sua potenza, lui che di forza ne enumera poca perché i suoi acini sono piccoli, gracili e vulnerabili. Piccoli e gracili, guarda caso come i Nerelli mascalesi. Che sull’Etna  si evolvono con risultati soddisfacenti grazie  alle caratteristiche dei terreni ricchi di microelementi, ferro, rame e potassio, fosforo e magnesio, mescolati anch’essi dalle sovrapposizioni delle colate laviche. Ecco spiegato il binomio Etna-Borgogna.
Perché solo ora se ne sono accorti?  Le cose del mondo si scorgono meglio se guardate da lontano. “Chi va su l’Etna e osserva con l’occhio non da specialista, scorge che l’uomo per fare queste coltivazioni ha veramente modificato il paesaggio, con  le sue terrazze, i ciglioni e tutte quelle opere che non si trovano in altre regioni – esordisce Attilio Scienza titolare della Cattedra di viticoltura sperimentale dell’Unimi -. Il confronto con la Borgogna più che sui vini  si basa sulle similitudine con la montagna del fuoco, la natura dei suoli che vanno dai basalti ai lapilli che fanno dell’Etna un terreno unico come la Borgogna. E con gli ossimori che al caldo del vulcano si oppongono ai  climi alpini che caratterizzano i bianchi del Reno o i rossi della Borgogna. Ma l’Etna non si può affrontarlo con la stessa leggerezza della Borgogna. Qui il lavoro è duro  e di grande attesa. E le gratificazioni attuali sono il frutto di questa lunga pazienza. Notiamo inoltre con ammirazione che  molti oggi hanno più voglia di unire alla scienza del vino la cultura della storia e non all’economia dell’utile o la filosofia dell’apparire.  Per fare questa viticoltura l’uomo  modificando il paesaggio ha fatto diventare l’Etna un luogo mitico anche per il turismo. Molti vengono da tutto il mondo per vedere l’Etna – continua Scienza - ma poi si portano dietro ricordi indelebili dei suoi vigneti e del lavoro e delle fatiche dei suoi vignaioli E’ chiaro che occorre  utilizzare questo richiamo del vulcano per poi spostarlo sulla comunicazione del vino. Incentivando la recettività  e recuperando  la tradizione della cucina siciliana o etnea se esiste o è esistita e aumentare i vini di qualità e da invecchiamento. Insomma come si fa in Borgogna, unire il vino al turismo. Per poi da salvare i palmenti storici,  testimoni di un enologia antica di primissimo piano. E anche  gli  antichi torchi che devono rappresentare il percorso di un grande recupero storico e culturale perché valorizzano con ogni piccolo  dettaglio dei componenti un patrimonio di storia della meccanizzazione  e tecnica e fisica del lavoro.  E dietro tutto  questo aspetto si cela un potenziale non indifferente  per uno sviluppo turistico internazionale”.
Solo così i vigneron dell’Etna centreranno quell’obiettivo che tanti artisti hanno fallito. Riuscire con i loro vini a dire l’indicibile e, con la loro passione,  dipingere “quel” vulcano l’invisibile




Articolo pubblicato il 17 ottobre 2008




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