“Stanotte ho saputo che c’eri. E’ stato come sentire colpire il petto con una fucilata con la paura che mi bagna il volto”. Oriana Fallaci iniziò così il suo libro, trent’anni fa, dal titolo “Lettera ad una bambino mai nato”. Le parole, oggi, sono lette e recitate, con la maestria e l’intensità dei grandi, da Ida Carrara, all’interno di un gazebo/prigione , che proietta nel buio una ecografia, divenuta la scenografia dell’omonimo spettacolo, andato in scena nella cornice del cortile Platamone di Catania per il cartellone di “Estatestabile, con la regia di Federico Magnano San Lio.
Una vita, dallo stato embrionale a quello di feto e quasi di bambino, quella descritta dalla controversa scrittrice, che però non riuscì a portare a termine la gravidanza. Una sorta di diario intimo tra lei e questa creatura che cresce dentro il suo corpo; lei, però, è intellettuale e giornalista e si rifugia nel mentale e nel concettuale, per accettare di essere una semplice donna, biologicamente e naturalmente madre. Stordita da questo nuovo “stato” la donna che è in lei, accetta la sfida, ma ha paura.“Paura di te, del caso che ti ha strappato al nulla, per aggrapparti al mio ventre. E se nascere non ti piacesse? La vita è una tale fatica bambino…”.
Così scriveva negli anni Settanta, l’antesignana del femminismo, obnubilata dall’essere entrata nello “stato interessante”. Una gravidanza accettata, malgrado il compagno le avesse consigliato di “disfarsene” in tempo, malgrado l’umiliazione di fronte al medico, all’infermiera, al farmacista che la guardano con sospetto per essere da sola a concepire.
«Sono una donna che ha scelto di vivere sola», scrive alla sua creatura che ha in grembo, ma determinata e combattiva com’è, non dimentica di ricordare a chi nascerà che se sarà femmina, come lei spera, “essere donna è affascinante, ma dovrai batterti in un mondo dove vige la dittatura degli uomini… batterti per dimostrare che il peccato di Eva non fu la disubbidienza, ma la scelta dell’intelligenza… Se sarai donna potrai diventare mamma non per dovere ma per diritto, e imparerai che viaggiare è molto più divertente che arrivare”.
Parole, parole, infinite elucubrazioni che fa la coscienza di una donna per accettare di essere il tramite fisico dove si innesta una nuova vita. Poi un destino beffardo, l’immobilità che il medico le prescrive per evitare l’aborto, “l’immobilità mi incattivisce - continua la Fallaci/Carrara - dovrei evitare i pensieri neri, dovrei renderti placido sereno, già dentro di me”. Questa nuova necessità porterà la scrittrice all’epilogo tragico. Sceglierà di non essere un corpo in attesa, ma una donna che ’sfida’ questa nuova impresa”. Io ti ho tirato fuori dal nulla, io sono la tua vita, ma questo non conta…”. Ecco che nella donna emerge l’egoismo che è in lei…”. Così decide di partire, di ricominciare a lavorare, ’anche il coraggio è ottimismo”, scrive.
Ma, malgrado questi pensieri leggeri e propizi, la Fallaci viene ricoverata, il feto che ha in grembo non cresce più, è morto.
“Dare la vita, scrive la Fallaci , è anche una condanna a morte”. Un monito concettuale a se stessa. Un coscienzioso e terribilmente vero dramma personale divenuto un libro: doveroso, responsabile, assunto come imperativo da una donna sconfitta, delusa, amareggiata dal fallimento di una scelta coraggiosa e definitiva.
Scelta capace però, per tante altre donne, non solo di compromettere o destabilizzare l’esistenza ma anche di vivificarla, armonizzarla, colorarla e renderla immortale. Una illusione che la Fallaci non riuscì a cogliere ed accettare.