Agenzia editoriale
La porta interculturale dei Radiodervish
di Riccardo Marra
La world music dello storico gruppo, divenuto duo, arriva al Teatro Brancati, la loro unica tappa del sud Italia proposta da Catania Jazz. Nabil: «Il nostro progetto vivrà fino a quando avrà qualcosa da comunicare»


Per la carriera dei Radiodervish il concerto “per il dialogo” a Tel Aviv, dello scorso anno, è stato il punto più alto. Una sorta di definitiva consacrazione per loro, che si sono battezzati sul concetto di “porte” (in persiano “dar wish”) come ponti tra culture diverse. La loro world music è mescolanza di musiche e lingue. Loro stessi, Michele Lobaccaro e Nabil Salameh, sono un incontro etnico: il primo pugliese, l’altro palestinese. Dopo il concerto di Tel Aviv, Michele e Nabil sono tornati in Israele per produrre il loro ultimo album Beyond the Sea. Un disco sul mare e sulle sue suggestioni. Nabil Salameh ce lo ha raccontato in occasione del tour che porterà i Radiodervish al Teatro Brancati di Catania il 29 gennaio per la rassegna Catania Jazz.
Nabil, in Beyond the Sea è il mare a fare da concept…
«Sì assolutamente. Questo disco nasce a Gerusalemme, abbiamo voluto farlo lì perché pensavamo fosse il luogo adatto per un nuovo percorso musicale. Così ci siamo trasferiti e abbiamo iniziato a scrivere su ciò che ci capitava, sulla gente che incrociavamo, su una città che è davvero singolare. Stilisticamente, l’idea era di produrre qualcosa di essenziale, un po’ come Gerusalemme che è la città bianca per via del colore delle case. Poi però abbiamo fatto i conti anche con il caos e con l’intreccio di differenze che segna quei luoghi. Dalla complessità di Gerusalemme al mare il passo è breve; come dalla collina su cui è posata la città sacra allo specchio aperto del Mediterraneo. Il mare è custode di racconti, di memorie, di favole, di un mondo ricco di suggestioni. Abbiamo raccolto questi frammenti e li abbiamo suonati».
La copertina del disco richiama il blu dell’acqua…
«Sì, è vero, ma è anche un frammento della porta di Ishtar che si trova al Museo Pergamon di Berlino. I suoi colori ci sembravano perfettamente coerenti con il concept del disco, ma anche e soprattutto con quello dell’intero progetto Radiodervish: ovvero le porte intese come attraversamento di mondi, varchi verso il diverso, membrane di un’osmosi attraverso la quale si mescolano le differenze…».
A proposito di questo, esiste davvero un Sud del mondo? Il Mar Mediterraneo riesce a metterlo in comunicazione?
«Questa vicenda ha avuto alti e bassi, ma ha sempre conservato una certa continuità di passaggi sotterranei, conoscenze,
contenuti. Il concetto di mescolanza sta attraversando un momento poco florido nell’epoca moderna. Perché chi è più ricco, vedi l’Europa, innalza dei muri per salvaguardare la propria condizione privilegiata. Però viviamo in un mondo globalizzato, e allora c’è un’alternativa valida agli spostamenti fisici. Il mondo virtuale, ad esempio, mette in contatto tutti i giorni le diverse sponde del Mediterraneo. L’Italia è destinata a essere una lancia nel cuore del Sud. Penso debba nutrire una consapevolezza profonda di questo suo ruolo, e a tutti i livelli…».
Tornando a Beyond the Sea, parlaci del lavoro di Saro Cosentino alla produzione artistica dell’album.
«È già il secondo lavoro che facciamo insieme, lui è un produttore di quelli che sa immediatamente tradurre e sintetizzare le idee dei musicisti in una versione finale. Tra l’altro è anche un ottimo musicista e quindi ha potuto eseguire delle parti musicali in prima persona. Insomma, una collaborazione intrecciata tra il Cosentino produttore e il Cosentino musicista. Il risultato ci piace tantissimo».
Un risultato che rimane fedele alla vostra world music…
«La world music, intesa come genere musicale che mescola stili e linguaggi musicali, penso sia proiettata verso orizzonti tutti ancora da esplorare. Noi, per nostra natura, eravamo già destinati a essere world music. Però, a essere sinceri, oggi ci piacerebbe essere descritti in un altro modo. Un’idea? Ad esempio “musica italiana di nuova generazione”. Perché l’Italia oggi è un luogo diverso, multiculturale, eterogeneo.  Ci sono musicisti, scrittori e artisti di provenienza straniera che si propongono in italiano. C’è una nuova generazione mista che vuole esprimersi. La world music in Italia ha un’identità in continua mutazione. Penso potrà riservarci delle sorprese…».
Lo scorso anno vi siete esibiti a Tel Aviv a fianco di Noa, in un concerto “per il dialogo”…
«È stato uno spettacolo molto significativo per il nostro percorso musicale. Abbiamo sempre cercato di costruire uno spazio di incontro anche nelle zone dove c’è conflitto e mancanza di dialogo e di ascolto. A Tel Aviv c’erano persone di diversa provenienza, anche di origine palestinese. Abbiamo suonato al Tzavta Theatre, il teatro più importante della città, cercando di creare condivisione. Per me suonare in quei luoghi è stato ancora più commuovente perché tornavo nella terra dei miei genitori, stavolta non da clandestino, ma da artista.
Una prospettiva completamente diversa grazie al carattere magico della musica che è universale e riesce a bypassare le sovrastrutture mentali delle persone».
I Radiodervish sono cambiati negli anni. Questa è la loro dimensione definitiva?
«No, direi di no. I Radiodervish sono un progetto in continuo divenire e vivrà fino a quando gli rimarrà qualcosa da comunicare. La vita è cosi e noi non ci sottraiamo a questa legge. Abbiamo però ancora molto da dire e soprattutto la voglia di farlo».
 




Pubblicato il 19 gennaio 2010

La copertina dell'ultimo cd dei Radiodervish Beyond the Sea
La copertina dell'ultimo cd dei Radiodervish Beyond the Sea
Michele Lobaccaro e e Nabil Salameh sono un incontro etnico tra Puglia e Palestina
Michele Lobaccaro e e Nabil Salameh sono un incontro etnico tra Puglia e Palestina

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