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«Mari italiani nessun piano di emergenza»
di Mariella Caruso
Il disastro nel Golfo del Messico lancia l’allarme sulla sicurezza delle trivellazioni. Gli ambientalisti: «Il Paese è impreparato. Non esiste garanzia del chi sbaglia paga». Leggi anche: Trivellazioni, norme a difesa dell'ambiente di Maria Enza Giannetto


Il disastro ambientale del Golfo del Messico, le esplorazioni offshore nei mari italiani, quattro domande sul tema alle quali quattro associazioni ambientaliste - Wwf Italia, Legambiente, Mare Vivo e Greenpeace Italia -  danno una risposta. Qual è la situazione italiana, che tipo di controlli sono in atto, esistono dei piani di emergenza, cosa accadrebbe se fossero riversate nei mari italiani tonnellate di idrocarburi, è realizzabile una scelta tra trivellazioni e installazioni di centrali nucleari? Tutto questo mentre continua la battaglia del  Comitato Notriv che vuole impedire che le trivelle facciano la loro apparizione nel mare antistante il Val di Noto.
 
Dopo il disastro al largo del Golfo del Messico il ministero dello Sviluppo Economico ha disposto controlli urgenti sui pozzi petroliferi che estraggono nei mari italiani. Qual è la situazione?
«Di gran confusione - afferma Alessandro Giannì, direttore delle campagne di Greenpeace -. Nei comunicati stampa del ministero si fa confusione tra pozzi coltivati in mare, ovvero quelli in cui si svolgono attività estrattive autorizzate, e piattaforme esplorative che sono le più rischiose e attualmente coprono non meno di 24 aree marine. E molte altre sono ancora in attesa di autorizzazione. È strano poi che il ministero abbia invitato soltanto Eni ed Edison alla riunione per la verifica della sicurezza quando ci sono almeno altri sei soggetti autorizzati ad esplorazioni petrolifere».
«All’annuncio della disposizione dei controlli - aggiunge il coordinatore dell’ufficio scientifico nazionale di Legambiente, Giorgio Zampetti - non sono seguite azioni concrete».
«La situazione è gravissima - osserva Rosalba Giugni, presidente di Marevivo -, anche perché le esplorazioni italiane sono limitrofe non solo ad aree marine protette ma anche a zone di grande e costante attività sismica e vulcanica».
 
Esiste in Italia un controllo di qualità dei sistemi di sicurezza e piani predisposti per eventuali emergenze?
«La valvola di sicurezza che avrebbe evitato il disastro del Golfo del Messico, obbligatoria in Brasile e Norvegia, non è tra le dotazioni previste per le piattaforme estrattive mediterranee», affermano la presidente di Marevivo e Giannì di Greenpeace.
«Anche se in alcune zone italiane come l’arcipelago toscano esiste un programma sperimentali di nasi elettronici e boe di segnalazione che quantificano la presenza di idrocarburi nelle acque segnalandone gli spostamenti, permettendo un intervento tempestivo - continuano da Marevivo - un eventuale azione di contenimento sarebbe difficilmente realizzabile». «Greenpeace - chiosa Giannì - non è a conoscenza di alcun protocollo specifico di sicurezza particolare per le attività estrattive nei mari italiani e ci risulta che il comando di chiusura a distanza della testa dei pozzi petroliferi non è obbligatorio in Italia».
«La sicurezza è affidata in mare alla Guardia costiera che attiva il piano locale di emergenza e in caso di concessioni alla Commissione per gli idrocarburi e le risorse minerarie del ministero delle Attività produttive insieme alla Protezione Civile», spiegano da Legambiente.
«Ben pochi si rendono conto di quanto possa essere temibile e realistico un simile disastro ambientale nelle acque del Mediterraneo e, in particolare, nelle acque limitrofe alla Sicilia - affermano dal Wwf -. Qualsiasi incidente troverebbe impreparati cittadini e istituzioni per la mancanza di piani di emergenza esterni».
 
Sono stati valutati gli effetti che una marea nera avrebbe sui mari italiani?
«È impossibile, ma di sicuro sarebbero devastanti data la situazione particolare del bacino del Mediterraneo dove le acque superficiali impiegano tra gli 80 e i 90 anni per compiere il ricambio», osserva Marevivo.
«Un simile incidente avrebbe conseguenze gravi per tutti i paesi costieri - spiegano da Legambiente -. Inoltre gli interventi di risanamento non sarebbero risarciti in maniera adeguata dai responsabili in quanto le nostre leggi non riescono a garantire il principio chi inquina paga e inoltre le piattaforme non sono coperte dalle convenzioni internazionali come il fondo International Oil Pollution Compensation».
«Il Mediterraneo è il mare più inquinato al mondo di idrocarburi sia perché circondato da terre fortemente popolate e il 60% di idrocarburi arriva da mare a terra, sia perché si tratta di un mare semichiuso sia perché vi transita il 30% del  traffico commerciale di idrocarburi - osservano da Greenpeace -. In generale gli incidenti come quello della Deepwater Horizon hanno notevole impatto locale (e sui media) ma globalmente sono solo una risibile minoranza degli sversamenti minoranza degli sversamenti in mare degli idrocarburi».
In Italia continuano ad essere concesse autorizzazioni per esplorazioni offshore soprattutto nei mari siciliani.
«Sono esplorazioni inutili, di petrolio ce n’è poco come l’Eni aveva già quantificato tempo fa, e pericolose per i danni che potrebbero portare ad habitat importantissimi per i quali Greenpeace - afferma Giannì - ha proposto una serie di riserve marine nelle acque internazionali del Mediterraneo e del Canale di Sicilia».
«Dovrebbero esistere delle di valutazioni di rischio che includano la previsione e la quantificazione dell’enorme danno ecologico, sociale, ambientale in caso di disastri connessi alle attività estrattive nel Mediterraneo - dicono dal Wwf -. Se queste fossero fatte si capirebbe quanto l’utilizzo del petrolio non sia più compatibile sia con la conservazione della biodiversità, sia in un’ottica economica». «La lottizzazione del mare italiano avanza inesorabile, in particolare nel canale di Sicilia le istanze e i permessi di ricerca riguardano 35 aree per oltre 17mila kmq - specifica Legambiente -, e la legge sviluppo, approvata nel luglio 2009 ha semplificato la valutazione di impatto ambientale per il rilascio di permessi e concessioni anche nel caso si tratti di zone marine ad alto pregio ambientale, sulle quali non viene nemmeno richiesto il parere degli Enti locali».
 
Nello specifico continua la lotta in Val di Noto del “Comitato NoTriv” che si sta opponendo alle trivellazioni in quella zona. Pensate di appoggiare questa lotta?
 
«Legambiente propone in Val di Noto un percorso fatto di valorizzazione del patrimonio territoriale e di scelte nella direzione del risparmio energetico e nel settore delle energie rinnovabili. La corsa agli ultimi giacimenti nei prossimi 20-30 anni servirà ad arricchire solo alcuni da un punto di vista politico senza portare benessere alle popolazioni locali».
«Purtroppo con i fondi a nostra disposizione, che vengono tutti da sostenitori privati, non possiamo realizzare una campagna sul tema delle trivellazioni, offshore e a terra», ammettono da Greenpeace.
 
Comitato No Triv  «Basta autorizzazioni l’Isola non si vende»
 
No alle trivellazioni in Val di Noto. L’opposizione alle concessioni che continuano a essere concesse per le esplorazioni petrolifere nei mari siciliani, e in particolare nel mare antistante il Val di Noto, arriva dal “Comitato No Triv”. «Diciamo no alla prosecuzione della politica dei permessi e delle concessioni che la Regione Siciliana continua ad elargire favorendo il processo di “colabrodizzazione” della Sicilia», afferma il Comitato che sciorina numeri da far paura. Al 30 giugno 2009, secondo dati dell’Ufficio Regionale per gli Idrocarburi e la Geotermia (Urig), tra permessi di ricerca e concessioni di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi la superficie interessata alle concessioni era di 425.134 ettari su una superficie totale dell’Isola di 2.570.200 ettari ovvero il 16,54% del territorio siciliano.
«La Sicilia - affermano convinti - può non essere più costretta a farsi perforare da chiunque chieda e ottenga un autorizzazione a “scavare”. Non siamo in vendita: il modello di sviluppo economico per la rinascita dell’Isola non passa dagli idrocarburi ma dalle sue ricchezze ambientali, monumentali e agricole. Chiediamo alle istituzioni scelte forti e coraggiose per invertire la tendenza degli anni trascorsi. La Sicilia è dei siciliani e non può essere ceduta in cambio di royalties». Precise le idee del comitato “No-triv”: chiedere al ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, una moratoria a tempo indeterminato e al presidente della Regione, Raffaele Lombardo, l’applicazione del Piano paesaggistico regionale e bloccare il rilascio di nuovi permessi di ricerca e concessioni di coltivazione. (ma. ca.)




Pubblicato il 15 luglio 2010





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