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Trivellazioni, divieto nelle riserve e a 5 miglia dalle coste di Maria Enza GiannettoLe nuove norme governative a difesa dell'ambiente e aprotezione dei tesori artistici Dall’esplorazioni alle trivellazioni il passo è breve. A meno che il ministero dell’Ambiente non ci metta il proprio veto. E dopo settimane di timori, dubbi, interrogazioni sullo stato delle “concessioni” nei mari di Sicilia, il 30 giugno è arrivata una risposta importante da parte del ministro Stefania Prestigiacomo. Un vero e proprio giro di vite a difesa dell’ambiente per quanto riguarda le trivellazioni in mare. Nello schema di decreto di riforma del codice ambientale approvato dal Consiglio dei Ministri sono state, infatti, inserite una serie di norme che riformano il sistema delle autorizzazioni per la ricerca e l’estrazione degli idrocarburi. “È stato - recita la nota del ministero - introdotto il divieto assoluto di ricerca, prospezione e estrazione di idrocarburi all’intero delle aree marine e costiere protette e per una fascia di mare di 12 miglia attorno al perimetro esterno delle zone di mare e di costa protette. Inoltre le attività di ricerca ed estrazione di petrolio sono vietate nella fascia marina di 5 miglia lungo l’intero perimetro costiero nazionale. Al di fuori di queste aree in cui vige il divieto, le attività di ricerca ed estrazione di idrocarburi saranno tutte sottoposte a Valutazione di Impatto Ambientale. Inoltre, la norma adottata dal Consiglio dei Ministri si applica anche ai procedimenti autorizzativi in corso”. «Abbiamo inserito - afferma il ministro Prestigiacomo - norme chiare a difesa del nostro mare e dei nostri gioielli naturalistici colmando una opacità legislativa che ha suscitato timori nelle comunità locali di zone che attorno alle riserve marine stanno costruendo un modello di sviluppo basato sulla valorizzazione dei beni ambientali. Lo sviluppo delle attività produttive è, altresì, sostenuto in un ambito di regole chiare che pongono in primo piano la tutela ambientale». La notizia “dovrebbe” rassicurare, soprattutto, gli abitanti delle Egadi, visto che negli ultimi mesi le notizie sulle “esplorazioni” di compagnie come la San Leon Energy, Shell e Audax si sono succedute. Dal mese di marzo di quest’anno, infatti, la nave laboratorio “Atlantic Explorer” della Shell è stata “avvistata” mentre cercava petrolio in un’area di 4.300 chilometri quadrati contigua alle Egadi e a Pantelleria. Secondo il colosso anglo-olandese in quell’area ci sarebbe il più grande giacimento di petrolio italiano, capace di garantire sino a 150 mila barili al giorno. Marco Brun, presidente e amministratore delegato di Shell Italia, nel mese di aprile aveva anticipato: «Se così sarà pensiamo il prossimo anno di realizzare il primo pozzo esplorativo. Se anche da questa ricerca avremo risultati incoraggianti realizzeremo altri pozzi esplorativi per stabilire se la qualità e la quantità del greggio sono soddisfacenti. A quel punto capiremo se estrarre sarà economicamente conveniente e decideremo il da farsi». Secondo Shell il “problema”, però, sarebbe una burocrazia troppo macchinosa, che forse, per una volta - aggiungiamo noi - avrebbe tutelato il nostro mare. Tutto questo avveniva qualche settimana prima dell’incidente della British Petroleum nel Golfo del Messico, e forse il livello di attenzione sull’argomento era un po’ più basso di adesso. Tanto che lo stesso Brun affermava: «so che su iniziativa del ministro Scajola (allora ministro delle Sviluppo economico, ndr) è stato approvato un disciplinare che punta a snellire i percorsi particolarmente farraginosi degli iter burocratici». Ma per una volta, forse, a un disastro ambientale è seguito un po’ di buon senso. Perché sull’onda emotiva del momento l’attenzione verso le trivellazioni in mare è salita e ha fatto anche notare, ad esempio, che sul sito del ministero per lo Sviluppo economico (www.sviluppoeconomico.gov.it) di autorizzazioni per il Canale di Sicilia e le aree contigue alle Egadi ne sono state date, eccome. L’autorizzazione principale è del gennaio 2009: ed è quella della San Leon Energy cui il Ministero ha concesso autorizzazioni per un totale di 1.820 chilometri quadrati: tra Favignana e Marsala, alle spalle delle Egadi. Secondo queste autorizzazioni la San Leon non potrebbe procedere alla perforazione, né all’allestimento di un impianto di estrazione, senza il visto da parte del ministero dell’ambiente. Che, ora non dovrebbe, senza alcun dubbio, più arrivare. I “nuovi” divieti entreranno in vigore subito per tutti i procedimenti aperti: qualsiasi richiesta di autorizzazione nei limiti delle aree precluse dovrebbe essere respinta (nella tabella pagina a fianco sono riportate tutte le istanze avanzate al ministero per lo Sviluppo Economico). Purtroppo però, come dicono da Greenpeace: «le nuove norme non si applicano alle autorizzazioni ormai già concesse e al momento, oltre alle 66 concessioni di estrazione petrolifera offshore con pozzi già attivi, sono in vigore ben 24 permessi di esplorazione offshore. Inoltre non è ancora chiaro quali tecnologie avanzate siano davvero obbligatorie nelle trivellazioni offshore in Italia per ridurre eventuali rischi d’incidenti». Ad ogni modo, almeno sulla carta, le rassicurazioni sono arrivate. Nell’attesa che seguano i fatti c’è un “dettaglio” da aggiungere: nel documento “delimitazione delle zone marine” pubblicato sul sito del ministero dello Sviluppo Economico, oltre a scoprire che quando si parla di Zona C e Zona G si intende Mare Tirreno meridionale e Canale di Sicilia si legge: La prospezione, la ricerca e la coltivazione di idrocarburi è vietata nelle acque delle Isole Egadi, fatti salvi i permessi, le autorizzazioni e le concessioni in atto (Decreto Ministeriale 30 ottobre 2008). Allo stato attuale non sembra che questo “dettaglio” abbia fermato le autorizzazioni, visto che, ad oggi, sul sito risultano 68 nuove richieste, di queste 27 riguardano la zona C, 20 la zona G. Pubblicato il 15 luglio 2010 |