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Gnc dixit Apr 13 2012 La Chiesa denunci senza vergogna la mala educacìon
di casa nostra Io non dico che bisogna arrivare agli estremi dello Snap, il Survivors Network of those Abused by Priests, la rete americana dei sopravvissuti degli abusati dai preti, che lo scorso anno chiese al Tribunale Penale Internazionale dell'Aia di investigare contro papa Benedetto XVI e altri tre esponenti della gerarchia della Chiesa, accusandoli di avere coperto gli abusi sessuali commessi da prelati ai danni di minori. Nello stesso tempo è certo, però, che c'è troppa reticenza a mettere in piazza, e soprattutto in galera, crimini e criminali che non si possono definire altrimenti.
In Sicilia siamo stati scossi dalla confessione choc di Teodoro Pulvirenti (nella foto), 37 anni di Acireale, oggi ricercatore negli Stati Uniti, che è stato convinto dall'associazione anti-pedofili Caramella Buona a raccontare, in una conferenza stampa a Roma, la sua esperienza di circa 25 anni prima. Pulvirenti, tra le lacrime, ha puntato l'indice contro un prete acese, don Carlo Chiarenza, allora parroco di San Paolo e poi decano della Basilica di San Sebastiano. Solo pochi giorni dopo, il prelato, che era stato spedito fuori dalla Sicilia dai vertici acesi della Curia, ha rigettato le accuse e tramite il suo legale ha fatto sapere che si mette a disposizione dell'autorità “affinché sia chiarita questa mostruosa vicenda e così lenita la sofferenza che sta procurando”. Uno dei due mente spudoratamente. La giustizia faccia il suo corso ma c'è qualcosa che non funziona. In tanti anni abbiamo sentito degli scandali dei preti pedofili americani e di quelli irlandesi, e delle tante accuse rivolte al Vaticano di aver insabbiato un po' tutto. Certo, va preso atto che papa Ratzinger, sin dall'inizio, ha dovuto ammettere che la questione era grave. Perché apprendere, come fu in Irlanda, dal giudice Murphy che la gerarchia ecclesiastica era rea di aver coperto i pedofili che erano stati spostati da alcuni vescovi di parrocchia in parrocchia per tutelare il buon nome della Chiesa non fa bene a nessuno. Il metodo sembra sempre lo stesso: se c'è un problema pedofilia non si denuncia il caso all'autorità giudiziaria civile ma si confina il tutto all’interno della giurisdizione ecclesiastica. E da qui origina il male. Il documento dell'ex Sant'Uffizio, oggi Congregazione per la Dottrina della Fede, "Crimen sollecitationis" del 1962, poi aggiornato dal "De delictis gravioribus" del 2001 firmato da Ratzinger, prevede che i panni sporchi del prete colpevole siano lavati in casa ecclesiastica, pena massima il degradamento sacerdotale. E la denuncia ai tribunali civili? La galera prevista dalle leggi civili di tutti gli Stati, Italia compresa? Da noi in Italia esiste l'obbligatorietà della denuncia penale per i pubblici ufficiali, gli alti prelati che vengono a sapere di questi fatti criminosi non dovrebbero avere lo stesso obbligo? No, anzi. Per la "De Delictis Gravioribus" "Situazioni di questo tipo sono coperte dal segreto pontificio", pena la scomunica. Sette anni dopo Ratzinger, sommerso dagli scandali, ha dovuto fare marcia indietro e dichiarare il 19 luglio 2008, durante la Giornata Mondiale della Gioventù di Sydney: "Le vittime devono ricevere compassione e cura e i responsabili di questi mali devono essere portati davanti alla giustizia". Nel 2010 il Vaticano ha corretto il "De Delictibus Gravioribus" sostendendo che se un prete pedofilo veniva condannato dalla giustizia laica, automaticamente decadeva dallo stato religioso senza processo canonico. Ma nulla si diceva degli ecclesiastici che non denunciavano fatti noti o compivano trasferimenti ad arte. Pulvirenti ha concluso la sua confessione pubblica dicendo: «Io credo in Dio, ma non posso più credere nella Chiesa». “La mala educaciòn” da oggi non più solo un film di Almdovar. |
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