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Gnc dixit Apr 20 2011 Voglio una vita tranquilla
A 70 anni si può aspirare a una vita tranquilla? Per una rockstar della Terza Età come Bob Dylan certamente sì. E questo avrà pensato la rockstar americana quando ha intascato l’assegno per i suoi primi concerti in Cina della sua lunga storia musicale. Il problema non sta nei soldi che ha guadagnato che, per uno che ha incantato generazioni di ex e post giovani con la sua poesia intrisa di impegno civile, e perché no politico, ci può anche stare. Il problema è stato quello di stravolgere totalmente una storia musicale basata su brani come “Blowin’ in the wind” e “The Times are a-changing” o “Desolation Row” - simboli di una generazione in rivolta, quella degli Anni 60 - facendoli sparire dalle scalette dei concerti per non ferire la suscettibilità del regime di Pechino.
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La domanda che ci si pone, essenzialmente, è: perché? Che motivo ha avuto un artista, divenuto un’icona, a rinnegare sé stesso? Cantare in Cina a quasi 70 anni (li compie il 24 maggio) che valore ha, se poi non porti con te tutta la tua carica umana oltre che artistica? Concerti Robert Allen Zimmerman, da Duluth nel Minnesota, nella sua lunga carriera ne ha fatti a dismisura e continua a farne, dischi ne ha venduti tantissimi: poteva permettersi il lusso di evitare una figura come questa. Ok, avrà pur cantato un altro brano simbolo come “Like a Rolling Stone” ma è facile, con incidenti come questo, prestare il fianco alle feroci critiche che sono venute sia dagli ambienti liberal americani – Mauren Dowd del “New York Times” è stata la prima a lanciare la stroncatura planetaria – sia da ambienti conservatori. La Dowd è arrivata addirittura a mettere in forse la vera natura “rivoluzionaria” di Dylan tacciandolo di opportunismo. La columnist americana aveva il dente avvelenato ma in effetti numerosi sono stati gli episodi della vita di Dylan che l’hanno posto in contrasto rispetto alle ali più estreme dell’intellighenzia a stelle e strisce. Certo suona strano, però, che l’8 febbraio 2010, quando fu invitato dal presidente Barack Obama a cantare alla Casa Bianca suonò, durante una serata di gala in onore dei diritti civili, solamente quella “The Times They Are A-Changing”. A Washington sì, in estremo Oriente no. La vita è una questione di scelte, assolutamente personali, rispettabili comunque, ma sindacabili allo stesso tempo per chi svolge una vita “pubblica” che chiede un consenso continuo sotto forma di acquisto di cd, dvd e libri a nome suo. È indubbio che una mezza opportunità per i giovani cinesi di poter approfondire ora – finalmente - l’immenso bagaglio di testi e musiche di Dylan è meglio di nulla, se il bicchiere lo accettiamo mezzo pieno. Ammesso che Internet funzioni e non subisca castranti filtri a monte. Il bicchiere resta mezzo vuoto se a questo aggiungiamo che, in questo modo, in Cina i tempi difficilmente potranno cambiare, almeno nel breve periodo. Ma in questo non sta meglio certo l’Obama di “Yes we can”, considerato il legame ormai indissolubile dell’economia americana con i soldi cinesi. La sinergia tra il menestrello di Duluth e il presidente afro-americano è perfetta: la Cina è ormai sdoganata e ci deve andare bene, così e com’è. Chissà se nella più volte annunciata seconda puntata (mai terminata), della sua autobiografia “Chronicles”, questi concerti cinesi saranno citati. Non si sa neanche quando il secondo libro di memorie verrà portato a termine: nella foga infinita del “Never ending tour”, che va avanti senza sosta dal 1988 (oggi suona a Freemantle in Australia e sarà in Italia il 22 giugno all’Alcatraz di Milano per l’unica data italiana), condito da registrazioni e quant’altro, Dylan non avrà avuto il tempo di avere un pensiero da esprimere. Qualsiasi esso sia. |
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